Chi sono i laici?

Impariamo ad usare le parole nel loro significato reale

A proposito di ‘LAICI’

In questi giorni, con il rifiuto di alcuni “laici” ad ascoltare le parole del Papa, si rilanciano alcuni interrogativi su cosa voglia dire essere laici e credenti (che è poi la condizione di tutti noi, esclusa quella dei consacrati).

Mettiamo qualche ‘I’ sotto i puntini: Nella Chiesa Cristiana esistono diverse figure da indicarsi con termini che non ho inventato io ma che, se si vuol essere corretti, devono essere usati in senso proprio.

Queste righe servono per fare chiarezza e per evitare le marmellate.

Esistono prima di tutto i credenti. È l’insieme di tutti coloro che hanno accettato vero l’annuncio della resurrezione, fatto dagli Apostoli della prima comunità cristiana, il Kerigma: (1 Cor 15, 1-11 ) e (At 2, 14 – 33), di quest’ultimo, faccio memoria, nella traduzione CEI.

Discorso di Pietro alla folla

14 Allora Pietro, levatosi in piedi con gli altri Undici, parlò a voce alta così: «Uomini di Giudea, e voi tutti che vi trovate a Gerusalemme, vi sia ben noto questo e fate attenzione alle mie parole: […] 22Uomini d‘Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete -, 23dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l‘avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l‘avete ucciso. 24Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere […]. 32Questo Gesù Dio l‘ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. 33Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire.

L’accoglimento -INTEGRALE- di questo annuncio e di ciò che la cosa comporta è il discrimine tra l’essere cristiani ed il non esserlo. TERTIUM NON DATUR (non esiste una terza via).

Tuttavia, poiché non abbiamo più gli Apostoli tra noi, occorre che il nostro atto di fede nella verità di questo annuncio sia spostato (con relativo atto di fede-fiducia) su qualcun altro.

Se gli Apostoli sono morti nel corpo, il Collegio Apostolico non lo è. Alla scomparsa di ciascun Apostolo, “da sempre”, il Collegio Apostolico ha provveduto al rimpiazzo e all’allargamento -quando necessario- di sé stesso.

È il meccanismo della traditio Apostolica (dal latino “tràdere” -consegnare-) mediante il quale l’annuncio ed il mandato primitivo di Gesù agli Apostoli viene trasmesso-consegnato lungo i secoli, di vescovo in vescovo.

Il collegio Apostolico (che ha per promessa di Gesù stesso l’assistenza dello Spirito quando opera nella qualità di collegio dei pastori del gregge del Signore) poi, con “regole interne” che sono state modificate secondo necessità, nei secoli, elegge il “primus inter pares” a sostituire il primus tra gli Apostoli, Kefas-Petrus-Pietro. Il papa.

Il papa è in una posizione singolare: il Collegio Apostolico è considerato l’erede degli undici nel loro insieme, il papa è l’unico ad essere riconosciuto successore diretto dell’Apostolo Pietro, del quale eredita l’autorità: «Questa è la fede dei Padri questa è la fede degli Apostoli. Così crediamo noi tutti. Attraverso Leone ha parlato Pietro » (concilio di Calcedonia  a.d. 451).

Ma gli Apostoli non si sono mai limitati al Kerigma, hanno anche trasmesso, e ci trasmettono, gli insegnamenti di Gesù.

Veri ed importanti perché convalidati dalla Resurrezione. Avvenuta non per capriccio, o segno di potenza in sé, ma proprio per avallare il fatto che il progetto di Uomo predicato da Gesù era ESATTAMENTE quello che il Padre ”da sempre” aveva pensato.

Attenzione! questo passaggio è importante: Non si tratta di Progetto di cristiano no-no-no, si tratta di progetto di UOMO quello della strada, quello di tutti i giorni!

Riassumendo, quindi, oggi il credente accetta vero quanto trasmesso dagli Apostoli attraverso il Collegio Apostolico.

Mi corre l’obbligo di precisare, tanto per spuntare qualche obiezione, che non l’esempio ed il comportamento del singolo vescovo, ma quanto trasmesso in sintonia con i fratelli nell’episcopato diventa vincolante per il credente, ed a condizione che ciò sia esplicitamente dichiarato in nome del collegio Apostolico.

Bene, siamo sempre all’inizio del ragionamento, aiutiamoci con uno schema: Un grande cerchio rappresenterà tutti i credenti, il “popolo di Dio”.

Possiamo identificare due modi di concepire la vita cristiana: Gesù ha insegnato che a tutti capiterà ciò che è capitato a lui: cioè di vivere in questo mondo, ma che alla fine ci attende di vivere la vita eterna fuori da questo mondo. Allora il cristiano che è in questo mondo, ma non è di questo mondo, può imitare Gesù in due modi:

A)- O impegnarsi nella realtà del mondo in vista dell’eternità (vita secolare).

B)- O realizzando già adesso, per quanto possibile, la vita definitiva anticipando l’eternità, pur vivendo ancora nel tempo (vita religiosa consacrata).

Eccoci quindi con due sottoinsiemi dell’insieme credenti, ciascuno esterno all’altro.

Il termine religiosi non indica quindi “coloro che praticano una religione”, ma “coloro che hanno scelto di vivere la fede cristiana anticipando l’eternità”, consacrati ad una vita proiettata verso “il dopo questa vita” perché hanno assunto un impegno formale davanti a Dio.

Di solito sono organizzati in ordini, -Benedettini, Domenicani, Francescani, ecc.-.

I non-religiosi, coloro che scelgono di vivere impegnandosi nel mondo attuale (Saeculum) sono definiti “secolari

Adesso passiamo a verificare come i vescovi si siano (da sempre), ciascuno nell’ambito della propria diocesi, scelti dei collaboratori, i preti. Questi ricevono dal vescovo l’autorizzazione (ordinazione) a presiedere la celebrazione dell’Eucaristia, ad assolvere (in loro vece) dai peccati, in nome di Gesù, eccetera.

L’essere preti è un servizio specifico nella Chiesa e possono esserci secolari preti (o diaconi o vescovi) e religiosi preti (idem c.s.). Sovente si fa confusione tra prete e religioso; cerchiamo di usare i termini correttamente!

Di norma è tra i preti che i vescovi scelgono di nominare un loro fratello nell’episcopato. Il sottoinsieme “Collegio Apostolico” si colloca, quindi, all’interno del sottoinsieme “preti”. I preti, che sono un sottoinsieme dell’insieme “credenti” possono appartenere alluno o all’altro dei sottoinsiemi già descritti (religiosi e secolari). Potremo quindi avere dei laici religiosi, ossia dei religiosi non-preti (i conversi).

Tutti coloro che appartengono all’insieme “credenti”, ma non sono compresi nell’insieme “preti”, costituiscono ”il popolo” (dall’aggettivo sostantivato greco “Laos” = popolo).

Prima del cristianesimo, questo termine indicava il semplice cittadino “membro del popolo”, privo di un qualsiasi grado gerarchico.

Nei secoli in cui il cristianesimo divenne la religione più diffusa, il termine passò ad indicare ”ogni membro della chiesa non appartenente alla gerarchia” in breve i laici.

La medesima parola è stata a sua volta “scippata” dai politici dei tempi recenti, e viene usata anche col significato di non cristiano, ad es. “le forze laiche”, in contrapposizione alle “forze cattoliche

Chi ha fatto la fatica di seguirmi fin qui, avrà capito che i laici, nella terminologia cristiana corretta, non sono i non-cristiani, ma la grande maggioranza dei credenti.

E gli altri? i non-credenti? Spiacente, ci hanno scippato il termine, gli altri sarebbe meglio se si adeguassero a definirsi non-cristiani.

Ovviamente nel mondo del politically correct, un termine che sa di esclusione “offende”.

E allora arrogano a sé stessi il titolo di laici. Contribuendo all’aumento di confusione.

C’è chi il termine “laicisti” se lo sente acido addosso. Tuttavia, sarebbe meglio usare i termini nel modo che ho spiegato.

Adesso, chiariti i termini del dizionario, alla luce di quanto spiegato precisiamo: -Cosa significa, qual’è la missione del laico secolare (inteso nel corretto senso che ho spiegato), -il corretto comportamento del laico, -se la fede è un fatto privato o deve essere anche dichiarata e testimoniata (ma su questo credo che siamo tutti d’accordo), e -se i suoi valori devono/possono essere attuati da una legge dello Stato e quindi “imposti” anche a chi ha altri valori.

Proviamo a rispondere a queste domande ragionando per passi.

Tra i doveri del cristiano c’è quello dell’annuncio. Mi sembra quindi ozioso, a meno di situazioni di persecuzione esplicita o di oppressione nei confronti del cristianesimo, porsi la domanda se il cristiano debba o meno professarsi tale ed abbia il diritto di parola, soprattutto se Invitato.

Il cittadino che è cristiano e ha scelto di vivere “nel” mondo e partecipare alla vita attiva della comunità (questa volta dei cittadini), non può farlo lasciando a casa la propria formazione cristiana.

Non può avere una visione della gestione della comunità dei cittadini ed i loro beni (la res publica) diversa da ciò che la sua formazione di cristiano gli suggerisce, ossia la realizzazione, almeno in brutta copia, della Gerusalemme Celeste che sa essere là ad attenderlo. In altri termini la promozione del progetto di uomo predicato da Gesù.

Insomma torna il problema se e come il cittadino/cristiano deve fare politica, cioè operare per il bene comune, nella sua qualità di “uomo della strada come tutti noi”, sia mentre è impegnato ad esercitare il diritto di voto, sia, nel caso venga mandato a rappresentare nelle assemblee coloro che lo hanno eletto, agendo in sede legislativa con il proprio voto.

A me sembra che in realtà sia un falso problema: Se hai fede e credi vero l’annuncio della resurrezione, allora non puoi evitare di credere che sia tuo dovere proporre per la comunità dei cittadini, quella visione che hai imparato essere quella giusta.

Proporre anche per i non credenti quella che è l’antropologia cristiana.

Non si tratta di coartare alcuno: nel gioco democratico ciascuno ha il peso del proprio voto, quando cerca di far affermare la propria visione della “città ideale”.

Se poi a pensarla in quel modo si realizza una maggioranza, non si tratta di intromissione della Chiesa, si tratta di cittadini che liberamente hanno espresso un voto.

E se e quando un pastore della Chiesa, massime se si tratta del successore di Pietro, ricorda quali siano per il credente i parametri di comportamento, non si tratta di intromissione negli affari dello stato, si tratta di ricordare ai credenti ciò che sono i paletti ed i confini che separano l’agire del credente dall’agire in modo difforme dalla fede.

Fermo restando che ad essere giudicato non è il cuore, né la presenza o meno di fede, ma l’agire. Ossia ad essere condannata sarà l’azione da non-cristiano, e non chi la compie, perché il cristiano non ha il potere di giudicare il “cuore” altrui (Rm. 14).

E se a qualcuno scoccia per problemi di pubblica immagine sentir proclamare che la tale azione è scorretta dal punto di vista della fede cristiana, beh, ci spiace per lui, Mt. 6,24 dice: “Nessuno può servire a due padroni: o odierà l‘uno e amerà l‘altro, o preferirà l‘uno e disprezzerà l‘altro:  non potete servire a Dio e a mammona”.

La spesso citata Gaudium et spes non dice che i cristiani impegnati in politica debbano dimenticare di esserlo, mi pare.

Anzi.

E così dovrà essere.

Giovanni Caluri