Bomba nella cattedrale di Jolo, jihad contro le riforme

Durante la messa, a Jolo, nelle Filippine meridionali, due bombe sono esplose nei pressi della cattedrale del Monte Carmelo. Il bilancio ancora provvisorio parla di 20 morti oltre a decine di feriti. Lo Stato Islamico ha rivendicato. L’attentato giunge pochi giorni dopo il referendum che concede piena autonomia al Sud musulmano per pacificarlo.


Ieri mattina, domenica, a Jolo, nelle Filippine meridionali, due bombe sono esplose nei pressi della cattedrale del Monte Carmelo. Una prima bomba è scoppiata alle 8,45 durante la messa. Poco dopo ne è scoppiata una seconda, nel vicino parcheggio. Il bilancio ancora provvisorio parla di 20 morti oltre a decine di feriti. Lo Stato Islamico ha rivendicato, nel pomeriggio, con un comunicato in cui si afferma che un “tempio dei crociati” è stato attaccato da “due guerrieri martiri”.

L’attentato di ieri mattina è un segnale inquietante pochi giorni dopo un referendum “particolare”. Nella roccaforte islamica, allunga la già pericolosa e terribile scia di sangue che sta martoriando il Paese. L’islam sunnita nelle Filippine vive da sempre attriti continui con le istituzioni e le autorità centrali. E le insistenti campagne politiche separatiste hanno portato alla formazione, nel 1989, della Regione Autonoma nel Mindanao Musulmano, formata da quelle province nelle quali la popolazione ha espresso la volontà di riconoscersi in un’unità territoriale distinta geograficamente e per credo religioso. Il referendum ha concesso una maggiore autonomia regionale ai musulmani, nel tentativo, commentano i media, “di chiudere una guerra che gli islamici combattono contro i cattolici e che in 50 anni ha fatto 150.000 morti”.

Il referendum popolare a Jolo, tra Mindanao e il Borneo, della scorsa settimana, ha approvato la Bangsamoro (“Nazione dei Moro”) Organic Law (Bol) che, sostituendo la già esistente Regione Autonoma nel Mindanao Musulmano, concede una maggior autonomia ai musulmani. La provincia di Sulu – che include Jolo – ha votato però contro la creazione della nuova regione, con il suo governatore che è ricorso alla Corte Suprema contro la legge. Nonostante il voto di Sulu, la legislazione prevede che la provincia sarà ancora inclusa nella nuova entità politica, in quanto gli elettori di tutta l’attuale regione autonoma hanno votato a favore della stessa. Conclusa la fase referendaria, Manila nominerà un governo transitorio che amministrerà la regione autonoma fino alle elezioni del 2022, che quasi certamente segneranno un trionfo del Fronte Moro, il principale gruppo separatista islamico. Con questa legge, la regione – che comprende varie isole della parte meridionale del Paese, inclusa la più grande di Mindanao – ottiene i suoi poteri esecutivi, legislativi e fiscali, mentre la capitale continuerà a controllare la difesa, la sicurezza, gli affari esteri e alla politica monetaria. Si tratta della regione delle Filippine più arretrata, nonostante le numerose risorse e la posizione strategica nel Mar Cinese Meridionale. Martoriata, come se non bastasse, anche da una lunga scia di sangue iniziata tempo fa e, come l’attentato di domenica 27 gennaio ha confermato, non finirà presto.

Lo scontro in atto è tra cattolici e musulmani. E le vittime di ieri sono morti che hanno pagato il loro essere cattolici. Le  Filippine sono uno dei tre Paesi dell’Asia a maggioranza cristiana. Ben l’81% della popolazione è cattolica. Circa il 5% della popolazione filippina è di religione musulmana e si concentra prevalentemente a sud. Dichiara propositi di pace, ma non esclude il ricorso alla lotta armata. Pretende autonomia, autodeterminazione, senza rinnegare, anzi inseguendo da decenni, l’idea della secessione per formare uno Stato islamico. Condanna ufficialmente il terrorismo ma tesse rapporti con militanti radicali della formazione terrorista indonesiana Jemaah Islamiyah (Ji) e ha dato un regno ai criminali del gruppo Abu Sayyaf, noto soprattutto per diversi attentati sanguinosi, tra cui quello a un traghetto nella baia di Manila nel 2004 che ha causato 116 vittime. Da tempo nella lista nera degli Stati Uniti e del governo filippino, è però ancora più famoso per sequestri di persona e decapitazioni. Nato negli anni ’90 con il denaro della rete al-Qaeda di Osama bin Laden, da allora ha guadagnato milioni di dollari proprio con banditismo e sequestri a scopo di estorsione.

Quell’angolo di terra da sempre islamica e profondamente nemica del cattolicesimo, ha così diffuso nel mondo, in una domenica di fine gennaio, le immagini drammatiche di una cattedrale cattolica distrutta. I detriti, le panche frantumate e i cadaveri stesi dinanzi all’ingresso del portone, esattamente dove è stata fatta esplodere la prima bomba.  “Il movente è sicuramente il terrorismo: sono persone che non vogliono la pace”, ha riferito il portavoce dell’esercito. E le vittime sono tali, va ribadito, solo perché cattoliche.

 

Lorenzo Formicola

 

Fonte: articolo di Lorenza Formicola su lanuovabq.it