Scienza della Vita e Utero in affitto

Per comprendere la implicazioni, sociali ed etiche della riproduzione umana quando e’ delegata da una donna “cliente’, madre genetica, ad un’altra donna, madre uterina, e’ necessario conoscere alcuni nozioni di Biologia e segnatamente di Genetica. E, più precisamente, capire come funziona il DNA.

  

  1. L’interazione, l’espressione differenziale e l’eterocronia dei geni.

Molti esseri viventi, anche se appartenenti alle specie più diverse, possiedono nel loro DNA geni identici o molto simili, i quali spesso si raggruppano e si dispongano nel medesimo ordine lungo i filamenti dei loro cromosomi (sintenia).

Tutti i mammiferi possiedono un DNA molto simile (medesima invarianza genetica) che è ancor più simile tra gli individui appartenenti alla stessa specie. Nella specie umana, la somiglianza genetica tra gli individui risulta essere molto elevata e le differenze individuali del loro DNA si evidenziano soprattutto in suoi determinati tratti non codificanti. Questi tratti sono “silenti” e contengono geni inattivi – che non producono-sintetizzano-esprimono le proteine – e che tutti insieme costituiscano il 95-98% della intera molecola. Sono i cosiddetti pseudogeni e sono intercalati da brevi sequenze di basi che si ripetono anche innumerevoli volte (sequenze ripetitive). Essi possono “assorbire” mutazioni, e costituire una riserva di variabilità (materiale di magazzino e di ricambio).

BOCCHI G., CERUTI M., Origine di storie Mi: Feltrinelli, 1993: 194: “Nel nucleo cellulare, sequenze di DNA identiche sono ripetute centinaia o migliaia di volte, spesso disperse fra i cromosomi… . Probabilmente negli organismi superiori, nessuna sequenza di Dna, nessun gene, ha una singola copia. Il DNA supplementare non ha alcuna funzione apparente: scherzosamente lo si chiama anche junk Dna, “ciarpame”, materiale di scarto….“

Il differente aspetto fisico (la diversità fenotipica) tra gli individui umani, dipende, pertanto, fin dall’inizio dello loro sviluppo embrionale:

  1. dal loro diverso corredo di geni “attivi”, che – come appena indicato – rappresentano soltanto il 2-5 % dell’intera molecola del DNA e nella quale uno stesso gene può possedere una struttura (sequenza di basi) solo leggermente diversa da individuo a individuo (allelia multipla);
  2. dalla diversa modalità con cui i geni, interagiscono con i loro prodotti attivi (interazione genica);
  3. dal diverso tasso (intensità) con cui i gruppi di geni sintetizzano il loro prodotto attivo nei vari momenti e nei diversi distretti cellulari (espressione differenziale e sequenziale);
  4. dalla diversa modalità temporale (inizio, ritmo e durata) di espressione dei diversi geni (eterocronia).

Soprattutto durante lo sviluppo dell’embrione umano, l’espressione dei geni in ciascuna sua cellula viene influenzata dall’interazione non-lineare dei geni del DNA con il suo ambiente molecolare nucleare e citoplasmatico e con l’ambiente intercellulare embrionale, nonché, piu indirettamente, con quello “esterno” placentare-uterino materno.

WOLPERT L., Il trionfo dell’embrione, Londra: Sperling & Kupfer Editori, 1993: 102 (103): “Vi è, in realtà, una complicata rete di interazione fra geni, in cui il prodotto di un gene controlla l’attività di altri, che comporta un’intima relazione tra il nucleo e il citoplasma, in quanto sono dei segnali citoplasmatici ad avere un ruolo fondamentale nella trascrizione e perciò a determinare l’attivazione o la non attivazione dei geni.” Vedi anche MAYR E., Il modello biologico, McGraw-Hill, 1997: 137-139.

Contrariamente a quanto avviene negli uccelli, che covano l’uovo fecondato all’esterno del loro corpo, nell’uomo invece l’oocita fecondato (lo zigote) rimane all’interno del corpo della madre e perciò e’ avvolto da un “ambiente” che e’ vivente e del tutto singolare. Lo zigote, fin dal primo istante del suo sviluppo, stabilisce con la madre un dialogo incrociato (cross-talk). Prima, attraverso i suoi “fluidi” tubarici ed uterini e poi, attraverso il cordone ombelicale, con quelli della placenta. E’ un dialogo tra un organismo appena costituitosi, in continua crescita e sviluppo, e un individuo completamente sviluppato. Nei mammiferi, dunque, il DNA dello zigote dispone anche di un “albume” vivente il quale è “aperto” all’interazione con l’ambiente più esterno (fisico, mentale, sociale culturale). Un “ambiente” che contiene perciò una informazione enorme e neppure confrontabile con quella contenuta nell’“albume”, non vivente e “chiuso” in un guscio calcareo, degli uccelli. L'”ambiente” nel quale ogni molecola di DNA si trova immersa, perciò, è continuamente e progressivamente variabile in quanto non è costituito unicamente dalla attività combinatoria e dai circuiti di retroazione degli innumerevoli prodotti di espressione dei geni dell’embrione (le proteine e loro derivati) ma, direttamente e/o indirettamente da tutte le altre biomolecole provenienti e presenti nell’ambiente corporeo materno.

L’interazione, l’espressione differenziale e l’eterocronia dei geni in interazione con l’ambiente materno conferiscono al DNA dell’embrione una notevole plasticità funzionale, per cui può accadere che gli stessi identici geni, seppur appartenenti a genomi individuali identici (gemelli monozigotici) o a genomi individuali molto simili (fratelli) o, addirittura, appartenenti a genomi individuali molto diversi tra loro, possono manifestare nell’embrione, a seconda del suo proprio ambiente di sviluppo e di quello di gestazione (a seconda dello stato di salute della madre) – e, oggi, anche a seconda di quale sia la donna incaricata ad “affittare il suo utero” e a “surrogare” la gravidanza! – sia effetti fenotipici identici o molto simili, e comunque comparabili tra loro, sia effetti fenotipici diversi.

Effetti che dipendono, quindi, proprio dalle particolari e mutevoli modalità di interazione dei geni, di espressione dei loro prodotti e dei diversi tempi e tessuti nei quali essi si esprimono, nella loro interazione con l’ambiente materno.

Nel caso, molto frequente, di individui diversi, ma nel cui DNA vi sono numerosi geni identici, come capita per due fratelli in due diverse gravidanze, il loro differente aspetto potrebbe dipendere, allora, non tanto dalla singolare diversità originaria dei loro genomi, quanto o soprattutto da una diversa interazione, eterocronia ed espressione differenziale dei loro geni, seppur identici o molto simili, in rapporto alla diversità – nel tempo – dell’ambiente (l’unica madre, ma fisiologicamente diversa nei vari periodi della sua vita) in cui avviene ogni distinta gravidanza.

Potrebbe dipendere, cioè, per i moltissimi geni identici che essi possiedono nel loro DNA, anche o unicamente, dalla variabilità dei tempi di attivazione e di durata, dell’intensità dei ritmi espressivi, nonché dalla singolare sincronia/sinergia che si viene a stabilire tra i prodotti molecolari di tali loro geni e tutte le altre molecole presenti nell’“ambiente”. In definitiva, potrebbe dipendere anche o soprattutto, dalla singolare interazione non-lineare tra il DNA dell’embrione e il DNA della madre che lo porta in grembo in quella specifica gravidanza.

Considerato che, alla formazione del DNA dello zigote, ciascun genitore concorre con i propri geni per il 50%, la forte somiglianza dei “caratteri” fisiologici, anatomici o “mentali” che talvolta si riscontra tra un figlio e uno soltanto dei genitori, potrebbe dipendere, non solo da una loro maggiore somiglianza genetica, ma da una maggiore o minore suscettibilità dei geni di un figlio – identici o diversi che siano, rispetto a quelli di un altro – a subire, l’attivazione o l’inattivazione da parte degli stimoli molecolari, soprattutto ormonali che, segnatamente nelle fasi iniziali del periodo di gravidanza, sono particolarmente intensi e massivamente presenti nell’ambiente placentare-uterino materno (v. BERG P., SINGER M., A tu per tu con i geni, Bologna, Zanichelli, 1995, pp. 72, 76, 218.).

Il singolare “ambiente” materno, che viene a contatto con il suo proprio embrione potrebbe, allora, anche se solo indirettamente, selezionare e modulare, con modalità singolari e irripetibili, l‘organizzazione (lo schema di espressione genica) dei loro DNA. (WOLPERT L. op. cit.  p.228; CERUTI M. op. cit. p. 46). Per cui, più in generale, la principale fonte di diversità dei “caratteri” fenotipici tra gli individui appartenenti alla stessa specie potrebbe essere non soltanto genetica ma anche epigenetica. Cioè, dovuta, non solo (o unicamente) alla diversità dei loro genomi (dell’ordine del DNA di ciascuno), ma anche (o soprattutto) alla specifica e singolare, unica ed irripetibile, modalità di espressione dei loro geni identici (l’organizzazione del DNA) la quale si concretizza, solo durante la gravidanza, nell’interazione tra il DNA dell’embrione e quello della madre. (WOLPERT L. op. cit. p.13; NOBLE The Music of Life, Biology Beyond Genes, Oxford University Press, 2006, p. 48-49)

Una organizzazione ricorsiva che si auto-organizza e si complessifica in strutture ordinate nel tempo e nello spazio e che, ovviamente, è diversa, unica ed irripetibile per ogni individuo umano fin dall’inizio del suo sviluppo.

E’ noto, infatti, che, durante l’embriogenesi, l’ambiente molecolare placentare-uterino materno, con i suoi “rumori” e con le sue “ritmiche coerenze”, è in grado di apportare nell’embrione un “disturbo selettivo” e una “melodia istruttiva”, che risultano entrambi indispensabili e determinanti per il suo regolare sviluppo. “Rumori” e “ritmiche coerenze” che sono in grado di modulare l’espressione genica e di produrre, sia nell’embrione che nella madre, effetti “in-formati e costruttivi”. (WOLPERT L.  op. cit. p. 60)

Ed è questa la ragione per cui lo sviluppo in vitro dell’embrione umano si arresta, quasi subito e inevitabilmente, già alle sue prime fasi. In quanto e proprio perché, senza le modificazioni dell’embrione non ci sono le modificazioni della madre, e senza le modificazioni della madre non ci sono le modificazioni dell’embrione.

BOZZATO G. Dal DNA all’Intelligenza (il saggio e’ stato inviato in luglio 2019 al Prof. Vittorino Andreoli, per ricevere il suo autorevole parere e consiglio. Ma, sarà di prossima pubblicazione su Amazon): “Spesso i media danno notizia di ricercatori impegnati nella clonazione terapeutica di embrioni umani per nucleo transfer al fine di ottenere linee di cellule per innesti omologhi. Gli stessi ricercatori affermano di aver interrotto lo sviluppo in vitro di tali embrioni per motivi etici che essi “sentono” il dovere di rispettare. Invece e più semplicemente, è lo sviluppo dell’embrione che, se avviato, si è subito bloccato a causa della assenza dell’“ambiente” assolutamente essenziale per il proseguimento dello sviluppo che è rappresentato dalla madre. Un “ambiente” quello della madre durante la gravidanza la cui “perfetta complessità” è assolutamente irriproducibile in vitro (in coltura, in laboratorio)”.

Perciò, nel caso dell’“utero in affitto”:

uno zigote, senza il dialogo con la sua vera madre, non si potrà mai trasformare nel suo vero bambino e una donna “surrogata”, senza il dialogo con il suo proprio zigote, non si potrà mai trasformare nella sua vera madre.

uno zigote “confezionato” dalla donna “cliente” e innestato nell’utero di una donna “madre surrogata”, poiché, pur senza riconoscerne il DNA, deve dialogare – se riesce a dialogare! – con questa per l’intero periodo della gravidanza, non sara’ mai completamente il bambino ne della “madre genetica” ne della “madre surrogata”.

 Alla nascita, il bambino avrà due madri, ma nessuna delle due madri sara’ la sua vera e propria madre.

L’ambiente molecolare placentare-uterino materno si sovrappone e si integra (CERUTI M., La danza che crea-Feltrinelli, 1989, pp. 99, 100, 103) dunque, con un fine intreccio di complessi ritmi ormonali, neurormonali e di “messaggeri” oligopeptidici, che investono a ondate l’embrione e il DNA di ciascuna delle sue cellule, alla rete di regolazioni geniche di quest’ultimo, fino ad innescare, attivare, disattivare, coordinare (cioè, regolare) in entrambi, l’espressione dei loro geni, con modalità del tutto singolari ed irripetibili e con conseguenze variabili e non-lineari. Conseguenze, tuttavia, che incidono sensibilmente sui “caratteri” fenotipici del nascituro e sul suo futuro aspetto e… anche sulla sua Forma mentale.

I “caratteri” di un bambino alla nascita, allora, non sono soltanto la semplice traduzione del c.d. “programma genetico”, che si ritiene già completamente fissato a priori come un datum nel genoma e in distinti geni del DNA dello zigote. Tali “caratteri” non sono, cioè – come più spesso si crede -, soltanto la semplice e diretta espressione-manifestazione di quel nuovo sistema completamente deterministico, unico ed irripetibile, organizzativamente chiuso e autonomo, rappresentato da quella molecola in attività all’interno dello zigote.

BOZZATO G. Dal DNA all’Intelligenza: “I caratteri più espressivi e distintivi, di specie, di ogni organismo vivente non sono codificati come tali nella struttura del suo DNA, ma essi emergono, come se fossero “codificati”, soltanto nell’organizzazione dell’espressione genica del suo DNA. Emergono, cioè, nel vortice costituito dal vortice della interazione, espressione differenziale ed eterocronia dei geni con l’“ambiente”.

E, non sono nemmeno la diretta espressione di quel nuovo sistema completamente deterministico, unico ed irripetibile, organizzativamente chiuso e autonomo, rappresentato da quello stesso zigote. Ma, sono l’espressione di un altro nuovo sistema duale, essenzialmente indeterministico perché è organizzativamente aperto (secondo la definizione data da E. Mayr (v JACOB F., Il gioco dei possibili, Mi: Mondadori, 1983: 105) rappresentato proprio dallo zigote/madre. Un sistema che ingloba i due precedenti e che si costituisce fin dall’inizio della gestazione nell’interazione tra il DNA dello zigote – che rappresenterebbe le condizioni iniziali – e l'”ambiente”, segnatamente della madre, col suo DNA – che rappresenterebbe le condizioni al contorno -.

Ogni bambino, allora, è unico e irripetibile, sia per il suo unico e irripetibile DNA sia per il suo unico e irripetibile “ambiente” di sviluppo gestazionale.

Le perturbazioni e le informazioni provenienti dall'”ambiente” materno durante la gravidanza, oltre che essere necessarie per consentire lo svolgersi e per definire (generare!) il c.d. “programma genetico” dell’individuo umano, sono altresì sufficienti, entro i vincoli che sono imposti dalle caratteristiche individuale e di specie del suo DNA, a far divergere entro i “limiti del possibile” (F. Jacob), (V. CERUTI M. op. cit. p. 47, 111.) le possibili traiettorie sulle quali può realizzarsi il suo autonomo sviluppo. (MAYR E., Evoluzione e varietà dei viventi– Einaudi, 1983, pp. 191, 222.). La complessa organizzazione di ogni embrione, infatti, si genera in e deriva da quella singolare interazione tra il DNA e l’”ambiente”. (WOLPERT L. op. cit.  p.185-186).

L’individuo umano, dunque, non è già tutto “programmato”, “progettato” o “memorizzato”, fin dalla fecondazione, nella molecola di DNA dello zigote, ma è anche il prodotto della interazione, non-lineare, ricorsiva, dinamica, “intrecciata”, “complessa” ed evolutiva di molteplici livelli inclusivi di aggregazione della materia e relative molteplici emergenze, che, fin dall’inizio dello sviluppo embrionale – fin dallo zigote -, si concatenano e si auto-organizzano progressivamente tra loro, “assimilando”  in parte anche i livelli organizzativi dell'”ambiente” materno.

 

  1. Il DNA dell’embrione e il DNA della madre

La Forma biologica definitiva di ogni individuo umano, pertanto, è anche il risultato di una complessa organizzazione di organizzazioni, di organizzazioni di organizzazioni, di… organizzazioni che si sono via, via auto-organizzate esclusivamente nel corso del suo sviluppo embrionale.

Poiché ogni individuo umano è l’espressione di un’auto-organizzazione aperta e evolutiva del suo DNA in interazione con l'”ambiente”, risulta ancor più evidente che il c.d. “programma genetico” è un “programma” che, seppur inizialmente vincolato e condizionato dall’ordine (strutturale individuale e di specie) del DNA, si autoprogramma continuamente. E le cui regole combinatorie di costruzione dallo zigote all’embrione pluricellulare, dall’embrione pluricellulare al feto e fino a determinare la forma anatomica definitiva dell’individuo umano, sono regole di regole, di regole di regole, di… di un “programma” di continue progressive regolazioni geniche che mutano continuamente e progressivamente. Tali regole di regole, di…, si generano ex novo e soltanto nella unità dialogica in sviluppo che è rappresentata dal sistema zigote-embrione/madre.

AGENO M., Dal non vivente al vivente, Theoria, 1991: 296: “L’unica possibilità di uscita da questa contraddizione consiste nello scalare nel tempo l’esecuzione del programma. E’ di fatto il programma materno quello che assicura e regola la realizzazione, già nella cellula madre, delle condizioni iniziali necessarie perché il programma della cellula figlia possa incominciare ad essere letto.”. “… “… ci sono indicazioni che la natura trasforma i segnali del DNA in un modo incredibilmente elegante; come se potesse solo suggerire il tema della traccia musicale, ma affida all’attrezzatura, cioè all’organismo in via di sviluppo, il compito di svolgere tale tema. Pertanto, è problematico affermare che il DNA contiene un’informazione definita, perché tutto dipende dall’ambiente in cui il DNA (o RNA) “svolge” il suo tema”

HAKEN H. Sinergetica: il segreto del successo della natura, To: Boringhieri, 1983: 95-97: “On its own, the stretch of DNA code for a gene is like a word without the semantic frame of its language. The system provides the semantic frame and gives the gene its functionality, its meaning” (v. anche NOBLE D. The Music of…, p. 21).

BOZZATO G., Dal DNA all’Intelligenza: “Regole che, come tali, non possiamo dedurre dall’ordine strutturale del DNA dello zigote. Cioè, dalla sequenza di base di cui è costituito ciascun gene e dalla disposizione casuale dei geni lungo la molecola (obiettivi – ma anche limiti – Del Progetto genoma umano). E ancor meno e inversamente, con la “descrizione e misura” più perfetta del corpo umano. Per utilizzare una semplice metafora: le regole non sono scritte su alcuni tasti (su alcuni dei 20.000 geni attivi) della tastiera (il DNA) del primo pianoforte (lo zigote) e su quelli di un’orchestra di pianoforti (nelle cellule dell’embrione multicellulare in via di sviluppo) ma, epigeneticamente (armoniosamente), esse emergono esclusivamente come risultato di una progressiva interazione tra i suoni (le proteine), emessi dal primo pianoforte e, successivamente, da tutti i pianoforti, nella loro interazione con le mani del musicista (l’ambiente materno). Per la corretta esecuzione del “programma genetico” dello sviluppo dell’embrione, i tasti devono essere battuti secondo un’accurata successione (armonia), come se dovesse seguire la partitura di una sinfonia. Una sinfonia, tuttavia, che si auto-genera progressivamente solo nel tempo e nello spazio embrionale mentre viene eseguita ed esclusivamente come risultato di un “vortice” alimentato da un “dialogo” incrociato di azioni molecolari e una “catena” e “cascata” di reazioni (interazioni ricorsive) tra l’embrione e la madre. Un dialogo incrociato di cui non esiste alcun spartito e, per questo motivo, non esiste (non è scritto), come tale, nella tastiera di qualsiasi pianoforte. Quindi, un “programma” le cui regole non possono essere trovate come tali in alcun frammento o gene del DNA dello zigote. Per essere ancor più precisi: il “programma genetico” di sviluppo dello zigote (la sua organizzazione genica) non può essere dedotto dalla struttura del suo DNA (dal suo ordine genico), come la “rete” di chiamate tra gli utenti del telefono non può essere dedotta dalla consultazione dell’elenco telefonico.

Pertanto:

il “programma” di sviluppo dell’individuo non si trova precostituito, e già trascritto o codificato come tale (come un datum), né nelle sue distinte parti né nella sua interezza, in nessun supporto fisico e in nessuna molecola del DNA. CERUTI M. op. cit. p. 102.

Così, cercare l’intero “programma” o le sue singole parti in quella struttura molecolare – ricerca che sembrerebbe essere una delle principali finalità del Progetto Genoma Umano – è del tutto inutile.

ZANARINI G., Finestre sulla complessità…, p. 6: “… Come nasce, dunque, l’organizzazione che osserviamo guardando – dalla giusta distanza e per un tempo opportuno- sistemi come quelli citati all’inizio? Da dove provengono ai singoli parti elementari le informazioni necessarie per adattarsi all’ordine sovrastante, ordine che per di più è relativo ad una scala spazio-temporale completamente diversa da quella rilevante al livello dei componenti, ma che, quasi paradossalmente, sono i componenti stessi a costruire? Dove risiede il progetto dell’ordine dinamico emergente; dove si trova il luogo del suo controllo? La risposta che la scienza della complessità fornisce alle domande precedenti è centrata sul concetto di autorganizzazione; un concetto che esprime, appunto, la possibilità di comportamenti altamente organizzati anche in assenza di un progetto”.

Come sarebbe inutile cercarlo nella madre (nel suo DNA), il cui corpo costituisce l'”ambiente” più esterno al DNA dell’embrione. Ad alimentare il vortice delle interazioni auto-organizzative dell’embrione all’interno dell’utero materno durante la gravidanza contribuiscono, con molteplici meccanismi di retroazione ricorsiva (che possono agire indirettamente anche sullo stesso DNA di entrambi), le innumerevoli emergenze che compaiono ex novo ai diversi livelli inclusivi del vortice zigote/”ambiente”. Considerata l’assoluta novità di tali emergenze (di tali effetti sistemici), esse, come tali, non possono essere (non sono) materialmente codificate in anticipo in nessun substrato fisico e da nessuna parte.

CRAMER F., Caos e ordine: la complessa struttura del vivente-Bollati Boringhieri, 1994: 151: “Certo il programma di base per la costruzione di un albero è fissato geneticamente: un abete è sempre diverso da un pioppo, e quest’ultimo da un faggio. Eppure, nel campo di variabilità del sistema genetico, la forma dell’albero non è prevedibile…”

Il c.d. “programma genetico” di sviluppo dell’individuo umano è proprio come il significato di una frase: si crea nel momento in cui essa si completa.

DUPUY J. P., Ordini e disordini Fi: Hopeful Monster Ed., 1986: 227: “Una creazione pura, non contenuta in nessun progetto, in nessuna intenzione, in nessuna volontà … inaccessibile alla conoscenza totale da parte di un osservatore prima che si realizzi”.

Oppure, per usare un utile metafora, è come una meravigliosa melodia di cui, tuttavia, non esiste materialmente lo spartito. Come una melodia che, se suonata al pianoforte non si trova “scritta” nella sua tastiera, seppur la sua esecuzione sia vincolata e riferita esclusivamente a quello strumento, così l’individuo non si trova già “descritto” come tale nel suo DNA. Dunque, una melodia di cui con l’analisi del DNA (della tastiera) non si può assolutamente conoscere in anticipo lo “spartito” (la melodia) e che può essere eseguita soltanto dall’unità DNA/”ambiente”. Ossia, fin dall’inizio della gravidanza, unicamente “a due mani”, dall’unità vivente zigote/madre. La sinfonia della Musica della Vita umana individuale e’ come una “scia nel mare”.  Essa viene all’esistenza soltanto dal momento in cui inizia-continuamente ad essere eseguita.

CERUTI M., op. cit. p.118. Al riguardo, sono di aiuto i versi di A. Machado: “Viandante, son le tue/ orme/ la via, e nulla più;/ viandante, non c’è/ via,/ la via si fa con l’andare./  Con l’andare si fa la via/ e nel voltare indietro lo sguardo/ si vede il sentiero che mai/ si tornerà a calcare. Viandante, non c’è / via, / ma scie nel mare.”

BOZZATO G., op cit: Cercare uno spartito dove si trovi scritta questa “melodia” è come cercare un inesistente in qualche luogo. Per riprendere una metafora già impiegata in questo saggio, la sinfonia dello sviluppo è proprio come l’amore di due innamorati. Cercare l’inizio di quel loro amore all’interno dei neuroni dei loro encefali e all’interno del loro DNA è del tutto vano e assurdo. L’amore è una emergenza dell’interazione tra due persone e la parola “amore” è soltanto un simbolo del linguaggio impiegato dagli innamorati e dall’”osservatore”. Un linguaggio la cui logica è completamente diversa da quella del linguaggio molecolare con cui “si esprime” il loro DNA.

 

  1. Uteri presi “in affitto”

Le precedenti considerazioni genetiche possiedono rilevanti implicazioni biologiche ed etiche.

Per citarne una, basti pensare all’acceso dibattito in corso sulla liceità dell’impianto di embrioni umani, prodotti in vitro, in uteri “presi in affitto”. Fin dai primi momenti dello sviluppo, uno stesso zigote o embrione, con il suo inconfondibile DNA, si può sviluppare, come medesimo individuo umano, in maniera diversa, unica, irripetibile e inconfondibile, anche a seconda dell’ambiente placentare-uterino nel quale viene ad essere impiantato.

Perciò, c’è motivo di ritenere che, a seconda della età, delle condizioni di salute fisica e mentale della madre genetica o della madre “gestazionale”, a partire – in teoria – dal medesimo zigote/embrione, a seconda delle modalità con cui viene ad organizzarsi l’interazione tra il suo DNA e quello di ciascuna delle sue possibili madri (genetica o “surrogate”) – a seconda, cioè, delle già citate condizioni al contorno – si potrebbero sviluppare – ma, nel caso della madre “surrogata”, vista la mancata compatibilità del suo DNA con quello del “figlio” che porta in grembo, anche non sviluppare affatto! -, altrettanti “possibili” bambini, tutti “gemelli” geneticamente identici ma tutti biologicamente diversi tra loro. Tutti biologicamente diversi, segnatamente rispetto a quel bambino che sarebbe nato da quel medesimo zigote/embrione se fosse cresciuto nel grembo della sua vera e propria madre genetica.

La ridotta incidenza di gravidanze che giungono a termine (gli aborti cosiddetti “spontanei”, perché se ne attribuiscono le cause all’embrione (?)) a partire da embrioni prodotti in vitro (i quali derivano da ovociti alterati dalla iperstimolazione ovarica) e trasferiti nell’utero di madri prese “in prestito”, potrebbe, allora, essere attribuita, non più o non più unicamente a difficoltà di standardizzazione delle tecniche della “fecondazione assistita”, che, peraltro, hanno una intrinseca bassissima “resa” biologica – ma una altissima resa economica -, ma, piuttosto, alla naturale incompatibilità che esiste tra il DNA di un zigote/embrione e quello di qualunque “madre” che non sia la sua vera e propria madre genetica.

Pertanto, nel caso di una madre “surrogata”, essendo i due DNA individuali tra “madre” e “figlio”, diversi ed estranei e posti in una “forzata” interazione, essi possono essere incapaci di riconoscersi e di integrarsi tra loro, proprio perché entrambi privi della identica e comune componente genetica. Quella componente del DNA che è invece parte comune del 50 % tra il bambino e la sua vera e propria madre genetica e che gli viene offerta quando è lei a portare in grembo il suo proprio figlio. Perciò – riprendendo quanto segnalato nel precedenti paragrafi -, nel caso dell’“utero in affitto”:

uno zigote prodotto o “confezionato” dalla donna cliente e innestato nell’utero di una donna surrogata, poiché, pur senza riconoscerne il DNA, deve dialogare – se riesce a dialogare! – con questa donna per l’intero periodo della gravidanza, non sara’ mai completamente il bambino di ciascuna delle due donne.
Alla nascita, avrà due donne ma nessuna sara’ la sua vera e propria madre. (Al riguardo si rinvia a: Madri-surrogate. Termini ambigui, interventi bio-medici e domande;  Madri surrogate? Ordine e Organizzazione del DNA (http://www.lacortedeiliberi.it/author/gianni-bozzato/)

Durante lo sviluppo di un embrione, la complessità della combinatoria con cui i vari geni entrano in attività, una combinatoria che si dispiega in ogni sua cellula amplificandosi e differenziandosi in innumerevoli biforcazioni ad ogni successiva divisione cellulare, può determinare che uno stesso gene si esprima parzialmente, oppure non si esprima affatto anche in funzione dei “messaggi” molecolari che giungono o non giungono dall’ambiente materno. Può accadere infatti, che due distinti embrioni fratelli, prodotti in vitro e appartenenti alla stessa madre, perciò con un DNA molto simile, qualora impiantati in distinti-diversi uteri “presi in affitto” (di distinte-diverse madri), possano divergere nel loro fenotipo anche sensibilmente rispetto a come si sarebbero sviluppati nel grembo della loro vera e propria madre, a causa di minime fluttuazioni che “accadono” nell’ambiente placentare-uterino in cui ognuno di essi si trova “forzatamente” inserito e si deve sviluppare.

E, sempre in funzione dell’ambiente materno, può anche accadere che l’assenza di un gene o la sua mancata attività soltanto in un DNA dei due embrioni venga compensata o vicariata, quasi come una sorta di casualità serendipica, dalla contemporanea ridondante presenza ed azione di altri geni. Al termine dello sviluppo embrionale, i due individui potrebbero apparire, dunque, molto più diversi rispetto a quanto si poteva attendere sulla base della ipotetica o verificata somiglianza dei loro rispettivi DNA. Nel caso dell’utero preso “in affitto”, pertanto e ancora una volta:

Il bambino, quando nasce – se nasce! -, non è della sua madre genetica perché non è più soltanto suo!

Con le conoscenze della Biologia e della Genetica, ora si può rispondere anche alla seguente domanda:

Dall’embrione che si sviluppa nel grembo di una madre “presa in prestito” nascerà lo stesso bambino che si sarebbe sviluppato nel grembo della sua vera madre?

No. Il bambino non appartiene completamente a nessuna delle due madri. Non ha una sua unica vera madre. E’ discriminato. Non merita nessuna delle due madri, perché esse non hanno dignità di madri e non lo meritano.

 

Taipei (TW), 6.01.2020

 

Gianni Bozzato

Biologist & Bioethicist